Lo chiamano “The Paper”

Sulla porta della redazione, al terzo piano di un palazzo settecentesco ammodernato liberty, non ci sono scritte. Sarà perché il giornale non ha testata, titolo, nome o qualifica ed è conosciuto dai suoi diecimila lettori quotidiani – “ma almeno sono davvero appassionati” – soltanto come “the paper”. Nella newsroom lavorano una quindicina di persone a tempo pieno e quando accade che comunichino fra loro, tutto avviene in inglese.
21 GIU 10
Ultimo aggiornamento: 05:08 | 21 AGO 20
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Sulla porta della redazione, al terzo piano di un palazzo settecentesco ammodernato liberty, non ci sono scritte. Sarà perché il giornale non ha testata, titolo, nome o qualifica ed è conosciuto dai suoi diecimila lettori quotidiani – “ma almeno sono davvero appassionati” – soltanto come “the paper”. Nella newsroom lavorano una quindicina di persone a tempo pieno e quando accade che comunichino fra loro, tutto avviene in inglese, la lingua dell’enclave del terzo piano, non quella del mondo circostante. Sulla facciata interna della porta c’è un cartello scritto a mano: “Lasciate ogni speranza voi ch’uscite. Outside is Italy”. Così quando capita che qualche ardito si spinga fuori dall’enclave anglofona avverte il dirimpettaio dicendo: “Sto andando in Italia, hai bisogno di qualcosa?”.

Tre piani più in basso c’è Roma vista attraverso i palazzi di corso Vittorio Emanuele II
, con quel suo fare scostante che tiene ai margini gli stranieri giornalisti del paper. Americani, inglesi, australiani, canadesi, irlandesi, tutti i personaggi che popolano l’universo del paper vivono un rapporto contrastato con le trovate bizzarre veicolate dall’italofonia senza mai cedere alla tentazione del luogo comune, del grottesco, delle affermazioni noiose da trattatello di antropologia culturale. Non sentirete nessuno di loro dire che Venezia è “absolutely amazing”, con l’esasperazione stucchevole del turista estivo; piuttosto si incontrano espressioni e categorie davvero vicine all’autoctonia, come il concetto intraducibile di “figura di merda”. Il paper è un quotidiano internazionale che viene prodotto a Roma, fra tutti i luoghi a disposizione probabilmente il meno indicato per mettere in piedi un’impresa che offra notizie tirate a lucido al modo degli anglosassoni. Per questo i giornalisti del paper, le segretarie, i corrispondenti, gli amministratori, gli stringer hanno abbandonato da tempo l’aria falsamente snob dei cronisti globali, quella patina che assimila gli appartenenti alla categoria a studenti olandesi in Erasmus permanente, solo con il vezzo delle camicie botton down di bassa qualità. Sanno quanto basta per essere uomini di mondo, ignorano quanto basta per abbracciare la virtù che domina il loro mondo: l’imperfezione.

L’autore di questa storia – o meglio di questa composizione di storie – è l’esordiente Tom Rachman, trentacinquenne nato a Londra, cresciuto a Vancouver, educato a Toronto, finito alla scuola di giornalismo della Columbia University – patria dell’etica e della retorica del buon giornalismo – e da lì spedito in giro per il mondo a fare corrispondenze per alcune delle più famose organizzazioni di news. Aziende con la schiena dritta, gente che trova notizie consumando le suole, si dice nella lingua professorale del giornalismo d’altri tempi. Poi Rachman ha abbandonato tutto questo e si è messo a scrivere romanzi. Meglio, ha continuato a lavorare per l’International Herald Tribune dal bureau di Parigi, ma soltanto per permettersi l’attività di scrittore a tempo pieno e così sfottere allegramente tutto ciò che aveva messo in pratica fino a quel momento.

“The Imperfectionists” è il ritratto (perfetto) del regno dell’approssimazione, dove l’arte della verità non se ne sta sospesa in un iperuranio senza legami, ma galleggia come può nella corrente delle passioni umane, manipolata non sempre con garbo ma senza scandali e appelli popolari. Le storie sono undici, per altrettanti autori; ogni storia porta il titolo dell’articolo che la ispira, composto in giornalese, la lingua nata dall’incontro fra la fretta e il desiderio di conformismo. Il libro procede a due velocità: c’è un tempo storico che va dalla fondazione del paper fino alla sua drammatica fine (dai primi anni Cinquanta ai tardi anni Zero) e c’è il tempo in cui si muovono contemporaneamente i personaggi. Trovata non originale ma che fa il suo effetto nel gioco degli intrecci. Una specie di “cubo di Rubik”, come ha scritto il New York Times, in cui si mischiano gli strati del racconto.

La fondazione del giornale avviene a un tavolo del Caffè Greco, in via Condotti, davanti a un numero imprecisato di Campari con ghiaccio. Dei tre personaggi che si incontrano per discutere del progetto, soltanto Cyrus Ott, l’editore, esce sobrio dal locale, mentre Leo e Betty, marito e moglie, affogano nell’alcol la proposta rischiosa di dirigere un nuovo giornale. Lui fa il corrispondente da Roma per un anonimo quotidiano di Chicago e nel suo mondo i problemi sono annosi, il gelo è una morsa, la violenza è a spirale, la gogna è mediatica, il sangue una scia, i partiti frenano sui decreti, fanno a braccio di ferro, siglano accordi, fanno dietrofront e alla fine scoppia la pace. Lei ama suo marito, le arti figurative e l’amarone della Valpolicella. Tre mesi dopo l’incontro con Ott, la sede di corso Vittorio Emanuele II è una redazione che vibra di intenti nobili nel servizio alla verità e di rappresentazioni falsamente epiche, ma dove in realtà accade tutto ciò che deve accadere in una vera redazione: gente che mormora buongiorno, caporedattori che dormono in ufficio, dialoghi al telefono del tipo “disturbo?”, “sì”, “allora richiamo più tardi”, “mi disturberai anche più tardi”, insulti sbrigliati ai colleghi degli altri giornali. E all’improvviso si ritorna al presente.

Lloyd Burko è un vecchio collaboratore del paper
da Parigi e prima di diventare uno sfaccendato sovrappeso che tenta flirt improbabili con le amiche di sua figlia, era stato un buon cronista. Sono settimane che non trova una notizia da proporre all’ufficio centrale, ma l’affitto costa e al momento lui non ha i soldi nemmeno per offrire un pranzo al figlio Jerome, che peraltro non ha molta voglia di pranzare con lui. Quando chiama Craig Menzies, il caporedattore centrale, viene invitato a mandare le sue proposte via email, cosa impossibile visto che Lloyd non ha mai avuto un computer in vita sua (la scusa ufficiale è che si è rotto proprio questa mattina).

Il cronista americano a Parigi spara le sue cartucce a voce
: un allevatore che maltratta non si sa quale animale per fare non si sa quale prodotto che tira parecchio dalle sue parti, le vendite di vino rosato che superano per la prima volta quelle del bianco e via così. Niente di abbastanza interessante per il giornale, che come tutti gli altri giornali del mondo vive la sua peggiore stagione economica e quindi compra soltanto articoli che fanno vendere, tipo “terrorismo, corsa nucleare dell’Iran, il ritorno della Russia e cose di questo genere. Tutto il resto lo prendiamo dalle agenzie”. Non avendo per le mani nulla di tutto questo – e nemmeno una fonte in grado di darglielo – Lloyd lo inventa, usando un processo di falsificazione appena appena accennato. Suo figlio lavora (fa lo stagista) al ministero degli Esteri francese (in un’agenzia affine) e si occupa di terrorismo (fa fotocopie), quindi è una buona fonte. Reticente, gli passa qualche brandello di informazione non controllata su una certa operazione d’intelligence a Gaza. La parola chiave c’è e il direttore del paper vuole un pezzo che parte in prima pagina e segue all’interno. Più righe, più soldi. Lloyd calcola quante parole deve scrivere per riuscire a pagare l’affitto e scrive al volo due articoli: il primo è il romanzo della presunta operazione francese a Gaza; il secondo è la sua giustificazione giornalistica, fatta di virgolettati anonimi, fonti “vicine a”, “esperti familiari con”, “ufficiali del ministero di”. Tutto perfettamente verosimile. All’ultima delle sue mogli raccomanda di comprare il giornale di domani, il pezzo è in prima pagina. “Da quanto tempo non vieni pubblicato in prima pagina?”, chiede lei. “Più o meno dall’Amministrazione Roosevelt”, dice lui. “Teddy o Franklin?”, scherza lei prima di dargli un bacio come non gliene aveva dati da anni a questa parte. Ma il giorno dopo sulla prima pagina del giornale non c’è nessuna operazione francese a Gaza. Al suo posto il titolo: “Popolarità di Bush al minimo storico”.

Nella redazione si incontra l’intera gamma dei personaggi che ci si aspetta di incontrare, professionisti tipizzati dietro la scrivania che all’ora della chiusura del giornale tornano a indossare la loro perfetta unicità. Non c’è traccia di giovani promesse e venerabili maestri, mentre abbondano felicemente i soliti stronzi, i prediletti dell’autore. C’è lo stagista zelante che interviene a sproposito, la reporter economica troppo gentile con le fonti, la titolista che non riesce a far entrare la parola “Mogadiscio” nella colonna, il correttore di bozze che sostituisce “Saddam Hussein” con “Sadism Hussein”, in ottemperanza ai diktat del correttore di word, il redattore preciso che non vuole vedere mai più l’avverbio “letteralmente”, lo stringer al Cairo che conosce quattro parole in arabo e non ha la minima idea di dove si trovino le notizie. Per questo il giornale manda in suo aiuto Snyder, tronfio cronista di guerre e scenari disagiati, perennemente frullato dal jetlag e con le tasche piene di soldi nella valuta sbagliata. Uno che non impara la lingua locale, dice, “per non compromettere l’obiettività”. In un paio d’ore l’ipercinesi del cronista mette sottosopra la vita dell’impaurito stringer, occupandogli la casa, prendendo “in prestito” il laptop che servirà per qualche grande impresa giornalistica in stile Watergate o massacro di My Lai.

Snyder è la parodia di se stesso
e insieme la parodia delle grandi glorie del reportage d’oltremare, che invariabilmente si presentano con i loro giubbotti smanicati anche dove non ce n’è alcun bisogno e, altrettanto invariabilmente, hanno un inspiegabile successo con le donne. Maestro nell’ingigantire la voce dell’uomo della strada, nel cialtronismo eretto a sistema, Snyder è un Buzzati illetterato che vaga nel deserto dei Tartari alla ricerca di uno scoop che non arriva mai. Nel frattempo si accontenta di dilatare la realtà, facendo affidamento soltanto su una reputazione consolidata con anni di mezze verità. Nei suoi articoli i talebani parlano come surfisti di Venice Beach: “Ehi, quell’attentato era una figata, adesso andiamo a spaccare il culo all’Alleanza del nord!”. Nel suo mondo dell’informazione, un mondo parallelo rispetto a quello reale, lui è sul carro dei vincitori. Vinto, invece, è il giovane stringer che “ha paura delle fonti primarie” ma passa le sue giornate in biblioteca per studiare a fondo le cose di cui non potrà mai scrivere, perché Snyder ha preso il suo posto, il suo lavoro, la sua vita e, già che c’era, la ragazza mezza araba con la quale aveva creduto di avere un flirt.

Nel racconto di Rachman non manca una parte essenziale del giornale,
i lettori, “quella specie di compagnia di persone che non si incontrano mai, unite dall’amore per firme folli, da fotografie scandalose, dal glorioso box delle correzioni”. Ornella De Monterecchi non è il lettore tipo del paper, ma l’assunto di fondo è che il lettore tipo non esiste. Ha iniziato a leggere il giornale nel 1976, quando suo marito è stato nominato ambasciatore a Riad. In quanto uomo, lui aveva libertà di movimento nel paese, mentre lei era costretta a infiniti pomeriggi in casa, con l’unica compagnia del giornale. Ma Ornella era abituata ai romanzi, non alle notizie. Era abituata a leggere tutto, dall’inizio alla fine, senza farsi nemmeno sfiorare dalla barbara idea di saltare da un titolo all’altro senza leggere l’articolo corrispondente. E così aveva applicato l’unico metodo di lettura che conosceva al giornale, che scrutava in modo maniacale dalla testata alla gerenza. Naturalmente il ritmo era troppo lento per stare al passo con l’uscita quotidiana e così mentre fuori piombavano i primi anni Ottanta Ornella era ferma agli ultimi scampoli dei Settanta, negli anni Novanta lei stava iniziando a conoscere un aspirante presidente americano, Ronald Reagan, e mentre due aerei si abbattevano contro le Torri gemelle lei esultava di cuore per la caduta del Muro di Berlino.

Ornella aveva creato nella sua vita un ambiente perfettamente impermeabile alle notizie provenienti da fonti che non fossero il giornale. Faceva sistemare i numeri che arrivavano ogni mattina in una stanza dove lei non entrava mai, per non rischiare di leggere un titolo su un tale Bill Clinton mentre nella sua personale Casa Bianca c’era Jimmy Carter, e si faceva portare dalla donna di servizio soltanto il numero del “suo” oggi. Conosceva perfettamente la situazione politica di paesi improponibili, le fluttuazioni dei titoli sulla Borsa di Tokyo, le voci di corridoio nei palazzi di Washington, le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu: tutto con un ritardo di una decina d’anni in costante aumento. Lo schema di Ornella si rompe il 24 aprile del 1994 della sua era e gli eventi la costringono ad andare nel luogo che non avrebbe mai voluto vedere: la redazione del giornale. “Se vuoi continuare a mangiare le salsicce, non entrare nella fabbrica delle salsicce”, pensa prima di mettere piede nel luogo dove ricostruirà una verità più decisiva di quella che un giornale è in grado di raccontare.

La fine del giornale è drammatica e i suoi protagonisti si disperdono, riciclandosi come possono nel mondo dell’informazione o in qualche altro mondo possibile. Non senza regolamenti di conti, rivelazioni assurde e i più ovvi ricorsi storici.
Fra tutti i destini, colpisce quello di Abbey Pinnola, il capo del settore economia del giornale. Decide di rifiutare un posto in un’altra impresa del suo ex editore, ad Atlanta. Vuole rimanere in Europa, perché è lì che vivono i suoi figli, pur disgraziatamente legati all’ex marito. Ma soprattutto ha deciso di smetterla con questo assurdo mestiere che inaridisce i rapporti, dove si confonde il giorno e la notte, senza festività, con un fuso orario fissato sempre qualche ora più tardi rispetto al mondo circostante. Cerca stabilità, orari fissi e stipendio onesto; ha deciso che lavorerà in “un’azienda che non la tradirà mai”. Per questo accetta un’offerta nell’ufficio milanese di Lehman Brothers.